Testimonianza

Silvia Provisione

 

Per spiegare, a me stessa in primo luogo e a noi tutti abituati a dare molte cose per scontate (che nessuno me ne voglia!), l’importanza della scuola Ren de Lapè, parto da un piccolo episodio che risale al mio primo viaggio ad Haiti,  due mesi dopo il terremoto del gennaio 2010.
Al termine di una giornata di lavoro, cercando riparo dal sole a picco a cui ancora non ho fatto l’abitudine, mi siedo ad aspettare Suor Marcella che sta finendo le ultime visite.
In un attimo cinque o sei bambini di età imprecisata, ma tutti più bassi di me seduta, mi attorniano in cerca di coccole.
Sembra che non reclamino nulla, cercano solo un pezzo della mia mano da stringere, una ciocca di capelli da accarezzare (cosa sarà mai questa roba bionda e liscia!!) , una gamba su cui sedersi per farsi abbracciare un po’.
Hanno tutti un denominatore comune: la pancia gonfissima sintomo molto probabile di verminosi e certissimo di malnutrizione, cioè di una fame che noi non immaginiamo nemmeno.
A un tratto, arriva un ragazzo con due scatoloni di biscotti energetici, i “bon bon” dei bambini haitiani.
Una marea di bimbi corre all’impazzata per accaparrarsi il suo pacchettino….probabilmente il pasto per quel giorno….
Loro no….i “miei nuovi amici” non si staccano, non mollano la presa di questa “blanc” di cui, divertiti, cercano di ripetere il nome ….Io, piuttosto  sconcertata, li esorto a correre verso i biscotti, ma loro rispondono con un gran sorriso che in qualsiasi lingua vuol dire: “No, io voglio solo star qui con te!”

Intuisco ancora meglio che è proprio vero che più della fame conta che qualcuno ci abbracci, che qualcuno si prenda cura di noi. Mille anni luce di distanza dal mio di guardare a un bambino poverissimo…pensando innanzitutto a dargli da mangiare.
Mi viene in mente un episodio spesso citato dai “biografi” di Don Giussani: suo padre, socialista convinto, anche nei periodi più duri, in cui persino nella ricca Brianza il pane scarseggiava, non rinunciava a pagare dei quartetti di musicisti perché andassero di tanto in tanto a suonare nella sua casa, anche a costo di mangiar meno.
Insomma di nuovo un esempio di come  più che il pane stesso conti la soddisfazione del desiderio di bello, di compimento che tutti abbiamo nel cuore in qualunque condizione ci troviamo. E’ proprio l’unica cosa che non viene mai meno per nessuno!
Ecco perché tra le opere del Vilaj Italyen amo particolarmente la scuola. Perché la cosa più grande che possiamo dare a bambini che non hanno niente è l’attenzione a loro, l’amore per il loro destino; la possibilità per loro di “un futuro” è davvero legata a questo. La scuola potrà fare la differenza perché in un luogo così si è educati a capire di più chi si è. E’ il luogo in cui si può uscire dall’ “ignoranza innanzitutto di sé stessi” che spesso vince in chi è solo costretto a sopravvivere.
La scuola Ren de Lapè di Waf Jeremie, ad un anno dalla sua apertura, accoglie oggi 450 bambini e ragazzi; molti di più attendono l’inizio del prossimo anno scolastico, altri ancora aspettano che la scuola diventi più grande per poter essere accolti anche loro.
Qui tutto è sfida. Gli insegnanti e la direttrice, tutti haitiani doc, sono bravi e molto volenterosi, ma è chiaro che anche loro scoprono di giorno in giorno il fascino di una proposta come quella che fa’ Suor Marcella: la scuola non è solo un posto in cui imparare a leggere e a scrivere, a far di conto e a capire dov’è l’America; è un luogo in cui prima di tutto impariamo a capire chi siamo, impariamo a dare ascolto ai nostri desideri, incontriamo chi ci dà gli strumenti per prenderli sul serio, per non sotterrarli nemmeno se il problema contingente è la mera sopravvivenza.
Una scuola così è una speranza per Haiti. Perché mostra, nel suo piccolo, da dove partire, non per ri-costruire, ma per iniziare a costruire un’identità che forse non c’è mai stata.
Allora, in mezzo a giornate assolate, circondata da centinaia di bambini scatenati (per me incomprensibili nel loro creolo ancora immaturo quindi ancora più duro da decifrare!), mi commuovo e mi accorgo della passione che nasce per il destino di questi bimbi, della gente di Waf, di questo popolo.
Allora diventa bello anche passare del tempo a conoscere il prof che mi sembra un gran “sborone”, l’altro un po’ “polipone”, l’altra che passa le giornate a difendersi. Perché scopro che una scuola così è un’occasione anche per loro di imparare uno sguardo che abbraccia tutto di loro e dei loro bambini. E quando scoprono questo il sorriso diventa ancora più grande, ancora più bello.
E allora mi commuove vedere 400 bimbetti che dopo la prima ora di lezione si radunano tutti in cortile, divisi in fila per classe, per l’alzabandiera e il canto dell’inno; a me che quasi mi vergogno quando c’è da cantare l’inno di Mameli, viene voglia di imparare quello Haitiano, che Rony, il bibliotecario, mi scrive in un francese a dir poco improbabile. Perché, mi domando, mi interessa cantare l’inno di un altro paese con dei bambini che nemmeno sanno cosa stanno dicendo (dato che non parlano francese)? Potrebbe sembrare assurdo, Ma non lo è. Voglio stare con loro anche in quel gesto così lontano da me, ma che li sta educando a tante cose in quel preciso istante: a seguire  chi li guida, a imparare a stare insieme, fa’ pregustare un’ unità a cui nessuno (o quasi) nelle loro case li educa, perché a Waf vige la legge del “mors tua vita mea” per cui è difficile essere davvero amici. Ci vuole qualcosa o qualcuno che educhino anche a questo.
Lo dico sempre…a Waf è passata e continua a passare tanta gente, ma senza qualcuno come Suor Marcella che mostra perché vale la pena di stare lì, si rischia da andarsene via più arrabbiati di prima, perché la miseria che si incontra fa’ troppo male, sembra gridare una profonda ingiustizia.
Invece c’è la possibilità che tornando a casa e guardando le foto scopri che non ce n’è nemmeno una in cui tu (che odi essere fotografata!!!) non sorridi di una lietezza che non è tua.

Silvia Provisione

Silvia Provisione